L'equilibrio di gioco in una squadra giovanile di calcio.
- Pubblicato in Società
di Marco Gaburro*
* allenatore squadra Primavera U.C. AlbinoLeffe
La partita di calcio può essere convenzionalmente suddivisa in due fasi ben distinte: di possesso e non possesso palla. Si tratta di fasi facilmente riconoscibili dal fatto che in un caso la palla è giocabile da una squadra, mentre nell'altro dall'avversaria. Molte delle analisi tecnico-tattiche di un evento agonistico non possono prescindere da queste due fasi. E la maggior parte degli interventi allenanti durante la settimana è caratterizzata da tale distinzione. Quanto contano, però, ognuna nell'economia di gara? E soprattutto: si possono considerare importanti alla stessa stregua anche nel settore giovanile?
Innanzitutto va chiarito che la fase di non possesso, detta anche difensiva, ha un "vantaggio didattico", che è rappresentato dall'unico obiettivo che in quel momento hanno tutti i componenti della squadra: recuperare palla. Risulta molte volte più semplice, quindi, da insegnare, perchè al di la di ogni filosofia, si basa su un riferimento costante e ben chiaro, nel tentativo di ridurre sempre più spazi e tempi agli avversari. In tal senso anche le esercitazioni diventano meno complesse da codificare. Ciò non significa che sia "facile" insegnarla correttamente. L'allenamento dell'aspetto individuale della fase difensiva, infatti, richiede molta conoscenza e un'acuta capacità di osservazione da parte dell'allenatore.
La fase di possesso, invece, detta anche fase offensiva, è molto più complessa perchè dà regala molti meno punti di riferimento. Gli spazi da occupare e da attaccare sono più ampi e i giocatori possono avere durante lo stesso momento di gioco obiettivi differenti. Presenta due attori completamente diversi tra loro sulla scena: il portatore di palla e tutti gli altri compagni, che si possono definire "aiuti" e che nelle varie situazioni liberano, creano o attaccano spazi, davanti, in fianco o dietro la palla. Tali aiuti possono quindi prendere il nome di riferimenti avanzati, appoggi o sostegni. Ogni giocatore, quando ha la palla al piede, dovrebbe sempre poter scegliere almeno tra quattro soluzioni (considerare tutti gli aiuti raggiungibili nello stesso istante pare pittosto utopistico). Tali soluzioni rappresentano il dribbling, il passaggio in avanti, quello in scorrimento laterale e il passaggio all'indietro. Non esiste una priorità immutabile tra queste diverse soluzioni, perchè è evidente che per un difensore centrale il dribbling non può che essere considerato l'ultima spiaggia, mentre per un attaccante in zona goal molte volte può diventare prioritario.
Le caratteristiche molto diverse tra loro delle due fasi portano a pensare che vi siano dei momenti più o meno sensibili per l'apprendimento ed il miglioramento dell'una o dell'altra.
A tal proposito, è evidente che essendo la fase di possesso più complessa andrebbe curata di più di quella di non possesso, anche solo per una questione di onestà professionale, se non intellettuale.
Il rapporto tra il giovane calciatore e la palla, infatti, con tutte le sfumature che porta con sè, meriterebbe molta attenzione in sede di allenamento. La conduzione, il controllo, la trasmissione, il tiro in porta... ogni fondamentale necessita di tempo e competenze per essere approfondito con la dovuta accuratezza e sequenzialità didattica. I bambini, inoltre, nei primi anni di gioco (5-8 anni) sono ancora in una fase egoistica che andrebbe "sfruttata" e non disincentivata. Visto che amano portare palla, meglio approfittarne per migliorare il più possibile la loro fase di possesso. Avranno tempo per imparare a difendere.
Gradatamente, poi, con il passare degli anni, è giusto dare sempre più importanza anche alla fase difensiva, visto che poi durante la gara esse si sviluppano in maniera integrata.
Arrivati ai "grandi", quindi, le due fasi dovrebbero essere toccate e sviluppate in piena armonia, con un pizzico di attenzione sempre alla fase di possesso, almeno fin che il calciatore non "sbarca" in prima squadra. Poi gli obiettivi diventano altri, non si è più al campo solo per imparare, ma anche e soprattutto per raggiungere un risultato e quindi a seconda delle situazioni
ci sta che un allenatore possa dedicarsi anche quasi interamente alla difesa della propria porta. Nei giovani, invece, questo non può e non deve accadere.
Si sente spesso parlare di equilibrio tattico. Una squadra si può dire equilibrata se integra tra loro in maniera equa le due fasi: se non è troppo sbilanciata in avanti o troppo chiusa all'indietro. E soprattutto, cosa decisamente più difficile, se riesce ad orientare in maniera ottimistica alcuni suoi giocatori durante la fase di non possesso ed in maniera pessimistica alcuni elementi durante la fase di possesso. Questo per prevenire l'eventuale transizione tra una fase e l'altra e per farsi trovare sempre "pronta". Con il passare degli anni nei settori giovanili questa diventa la cosa più difficile da portare, perchè va oltre all'istinto del calciatore singolo, che vorrebbe sempre attaccare quando ha la palla e difendere quando ce l'hanno gli altri.
Ben venga quindi la preoccupazione di noi tecnici di ricercare costantemente un equilibrio alla nostra squadra. Senza dimenticare, però, in che categoria si allena e quanti anni hanno i calciatori che si seguono. Più si scende nella filiera del settore giovanile... e più un briciolo di squilibrio, verso la porta avveraria, dicendocela tutta, proprio non guasta.
* allenatore squadra Primavera U.C. AlbinoLeffe