L'opinione
- Pubblicato in Società
di Ildo Serantoni
Nei minestroni cucinati negli ultimi tempi dall’AlbinoLeffe è mancato un po’ di pepe. Nelle ultime tre partite s’è avuta una sensazione d’acquiescenza nei confronti di quanto stava maturando sul campo, senza la volontà (o la capacita?) di cercare di imprimere una svolta. Così col Piacenza, dove i tre gol segnati hanno fatto passare in secondo piano i tre subiti; così a Siena, dove la rassegnazione davanti all’ineluttabile è apparsa chiara sin dal primo minuto di gioco; così contro la Triestina, allorché non c’è più stata reazione al gol del pareggio degli avversari, quasi che l’obiettivo di tenerli a distanza in classifica e non lasciarli avvicinare avesse preso il sopravvento sulla voglia di rischiare per ricacciarli più lontano.
Contro questo trend - che forse sarebbe più esatto definire andazzo - s’è levata la voce di Mondonico, il cui «non ci sto» di scalfariana memoria, sibilato a botta calda nel dopopartita, va inteso proprio come il tentativo di dare una scossa al gruppo, richiamandolo ai doveri più elementari, che sono quelli, fondamentalmente, di impegnarsi sempre fino in fondo per meritarsi lo stipendio. Il quale stipendio, poco o tanto che sia, è comunque quello pattuito. E il fatto che arrivi puntuale sul contocorrente alla scadenza canonica è da tenere nella giusta considerazione, visto quello che succede da altre parti.
A Livorno vedremo se la sciabolata di Mondonico - alla quale, ci auguriamo, sarà seguita quella della società - avrà sortito l’effetto sperato. Non si chiede di andare in Toscana e tornare con lo scalpo degli amaranto: sarebbe fin troppo bello e sappiamo benissimo che le probabilità non sono molte. Quello che ci aspettiamo è una prova d’orgoglio, un’esibizione degli attributi. Questa, del resto, è la storia dell’AlbinoLeffe e i più medagliati dei giocatori - Garlini, Previtali, Regonesi - possono ergersi a testimonial, mostrando ai giovani compagni - giovani di maglia, non necessariamente d’età - le cicatrici delle antiche battaglie sostenute e spesso vinte. Sangue in terra, insomma, e poi vada come vada.