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Società

Marco Gaburro: la casualità non è fortuna

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Uno sguardo alla carriera del mister della Primavera Celeste


La casualità, da molti erroneamente definita fortuna, ha quasi sempre caratterizzato gli sviluppi del mio percorso professionale. Ad essa vanno però aggiunti una buona dose di intuito, lungimiranza e a volte incoscienza. E così a soli ventisei anni mi sono trovato al posto giusto al momento giusto, in quel di Poggio Rusco (Mantova), e ho avuto la possibilità di allenare una squadra di Serie D e di aiutarla a varcare la soglia del professionismo. E pensare che pochi mesi prima il direttore generale del Sona Mazzami aveva negato la possibilità di allenare la loro prima squadra in prima categoria (io guidavo la Juniores Regionale), perché fortunatamente mi aveva ritenuto non pronto… La casualità… Come quando ho accettato di allenare l’ultima squadra d’Italia in serie D a novembre (il Mezzocorona quell’anno era dato dagli addetti ai lavori come spacciato), costruendomi la possibilità di fare calcio davvero, di vivere altre due stagioni nella massima serie dilettantistica nazionale. E pochi mesi prima avrei volentieri accettato la proposta del Casaleone in Eccellenza veronese, se si fosse concretizzata…La vita a volte segue dei binari propri e noi ci illudiamo soltanto di esserne gli autisti. E poi il mio distacco da Mezzocorona, tre anni dopo, da incosciente, non solo senza una squadra ma addirittura senza la promessa di una squadra. Eppure quello sentivo che andava fatto e quello ho fatto. E ad ottobre è tornata la serie C2, a Portogruaro. Opportunità che il caso mi ha fatto afferrare (questione di ore, ed avrei accettato Castelfranco Emilia, in serie D) e lo stesso caso mi ha fatto abbandonare prematuramente, dopo mesi tribolati, a causa di una serata nata storta e finita peggio sulle scivolose strade di una statale veneziana. Ed ancora il caso, beffardo, ha voluto poi che il Trento mi illudesse di poter ricominciare a far calcio in una piazza che conta prima di darmi il benservito, dopo una salvezza allora vista come un mezzo fallimento e alla luce dei giorni d’oggi meglio definibile come un mezzo miracolo. E poi l’Alta Vallagarina, in un mio momentaneo eccesso di autostima, dove la sfida superava ogni ragionevole previsione e dove non sono riuscito ad ottenere l’obiettivo che, non lo nego, dentro di me consideravo possibile. Quindi il ritorno casuale al settore giovanile, grazie alla proposta di Luca Piazzi e Claudio Tonetti e a quel Mezzocorona che era tornato ad incrociare la sua strada con la mia. Tante idee, tanta voglia comunque di «vivere di calcio» che poi è il sogno di ogni allenatore, al di là della categoria nella quale si trova ad operare. E idee che sarebbero potute crescere, far crescere, diventare…Ma che sono rimaste tali, per colpa di una minestra che non si è riusciti a riscaldare bene insieme.


articolo apparso su "L'Adige" il 22 gennaio 2011

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