La fase difensiva
- Pubblicato in Società
di Marco Gaburro*
Il calcio è più attacco o più difesa? E' una miscellanea perfetta tra le due componenti risponderebbe qualcuno. Certo. E' vero però che, a seconda del momento storico in cui è vissuto e dalla cultura, dalle tradizioni e dal passato della società civile che ne è spettatrice, esso può avere una matrice più offensiva o più difensiva. Differenti possono essere infatti le metafore che si richiamano al gioco del pallone: la festa, la danza, la ragnatela, in fase di possesso, con conseguente richiamo bellico all'attacco, all'aggiramento, allo sfondamento delle linee nemiche, alla spregiudicatezza volendo, alla superiorità sancita con il senso del possesso (della palla ovviamente). Al contrario, però, il gioco del calcio può essere visto come l'arte di non far sfiorare dagli avversari la propria porta, il senso di resistenza, di organizzazione, di compattezza, richiamanti i metalli più duri come l'acciaio delle armature antiche, il cemento armato, le trincee di ungarettiana memoria.
E' evidente che in questo momento, fatto di difficoltà economiche, di problemi che ricadono inevitabilmente sugli aspetti più futili del quotidiano, i tifosi del nostro paese vorrebbero svagarsi, recuperare l'aspetto circense delle competizioni calcistiche. Meglio forse un quattro a quattro che un geometrico zero a zero... La vittoria, però, rimane sempre l'elemento portante del "gusto" dell'italiano medio che si appresta a seguire la propria squadra del cuore. E la vittoria, si sa, può essere raggiunta in diversi modi. Rimanendo in paragoni bellici, diversa è la battaglia campale dall'assedio, che a volte può trasformarsi in trionfo, altre volte in estenuante attesa. Ed essendo che nel calcio il tempo è sancito dal regolamento, molte volte l'assedio si trasforma in insuccesso, magari anche subendo qualche beffardo ma efficace contropiede.
Di sicuro l'essere umano, egoista per natura e molto spesso narcisista, raramente parte con il gusto dell'assedio. Molte volte invece vorrebbe arrembare, ma si rende conto che l'avversario ha più mezzi, è più forte, e quindi astutamente accetta di cambiare strategia. Lo stesso in fin dei conti fanno i tifosi. Nessun sostenitore nerazzurro si è stracciato le vesti quando la scorsa primavera ha eliminato il Barcellona dalla Champions League attraverso la difesa di un fortino durata ad oltranza, con rischi annessi, batticuore e liberazione finale.
Come la fase di possesso, quindi, vive dei propri equilibri, dei propri principi portanti e delle proprie alchimie, anche la fase di non possesso o difensiva si basa su principi altrettanto importanti, che al di là dei filosofeggiamenti di rigore in questa rubrica, servono ad incastrarsi con gli altri in un mix che deve essere sempre più armonico, per avere una squadra che sia contemporanemaente spettacolare e vincente.
La fase difensiva va dall'uno contro uno individuale, vissuto molte volte come una sfida nella sfida, come una sorta di battaglia tra gladiatori che l'applauso e il ruomoreggiare del pubblico vanno incitando finendo quasi con l'alzare o l'abbassare il pollice nei confronti di chi esce "palla al piede" dal contrasto, alla difesa di reparto, a quella di squadra. Mentre la difesa individuale è un concetto che prescinde dai compagni di squadra, quella di reparto si basa su un principio che sta alla base di ogni difesa che si rispetti: la collaborazione. Attaccare la palla in possesso degli avversari
mentre altri compagni cooperano per "coprirci" ed "aiutarci" nell'eventualità noi dovessimo subire un dribbling. E poi posizionamento, tra la palla e la porta, in modo da aumentare la concentrazione di giocatori non solo sotto la linea della palla, ma anche all'interno di quell'imbuto immaginario che unisce la palla ai due pali della porta alle nostre spalle. Difendere vuol dire collaborare e al tempo stesso comunicare. Non si è mai sentita una difesa che difende in silenzio. Perchè collaborare per forza di cose vuole dire far capire al compagno che ci si è, che si è pronti ad intervenire, oppure in alcuni casi che è meglio aspettare, temporeggiare, prendere tempo. Su quest'altalena tra temporeggiamento e aggressività si gioca gran parte della difesa di reparto. E la squadra? Essa, che altro non è che un insieme di reparti "legati" tra loro, deve muoversi con la palla agli altri come fosse un tutt'uno, un blocco di grande consistenza dove le coperture nei reparti si intreccino con quelle "tra" i reparti, dove il temporeggiamento o l'anticipo siano concetti eseguiti da tutti contemporaneamente. Ecco quindi che avvicinarsi alla porta avversaria per segnare una rete diventa per chi ha la palla un'impresa ardua. E per rendere tale impresa sempre più ardua si possono scegliere diverse strategie: aggredire la squadra avversaria molto alta, mentre ancora imposta con i propri difensori, oppure aspettarla a metà campo, dove l'imbuto difensivo risulta poi più fitto e ai contrasti si possono associare con successo anche gli intercettamenti e le chiusure di passaggio, altri elementi fondamentali di una buona difesa. Oppure, ancor più fedeli al modello delle trincee dell'inizio del secolo scorso, si può decidere di alzare un muro davanti alla propria area, difendere l'obiettivo finale degli avversari (cioè la propria porta) ed, aspettare, farli alzare, magari scoprire e poi ovviamente.. colpirli in contropiede, cioè una controffensiva fulminea e veloce, che approfitta di spazi e tempi per far saltare le maglie difensive avversarie.
La difesa è un concetto che nasce da dentro, che dovrebbe essere coltivato all'interno dell'animo di ogni giocatore di pari passo con la sua voglia di attaccare, perchè ogni partita è fatta comunque di un'alternanza di fasi ed il risultato spesso dipende da come queste fasi vengono interpretate e risolte.
Non conta la percentuale che esse hanno reciprocamente. Si può tenere la palla per l'ottanta per cento dei minuti e perdere due a zero e al contrario si può lasciare di propria spontanea volontà la palla agli avversari per gran parte di gara e riuscire comunque a colpirli. E le tattiche difensive, siano esse più o meno organizzate, più o meno indotte da un'organizzazione di squadra o relativamente spontanee, passano attraverso piccole battaglie individuali.
Perchè la collaborazione tra i reparti, il blocco squadra o anche i movimenti all'interno del singolo reparto prevedono accorgimenti che di fatto aiutino chi sbaglia a difendere a non commettere errori determinanti. Da qui la collaborazione. Più un calciatore è però bravo a non farsi saltare, a non concedere superiorità numerica agli altri e più aiuterà davvero la propria squadra, al di là dei meccanismi difensivi generali.
Ed il tutto va condito con quegli elementi caratteriali, leggasi grinta, agonismo, intensità di lettura ed intensità di giocata, rabbia agonistica, che sempre più raramente rientrano nei piani di allenamento degli allenatori, nei programmi, nelle tabelle di campo, ma che sempre di più condizionano il futuro di ogni calciatore, la sua crescita, il suo completamento, la sua maturazione.
E che di riflesso sempre di più determinano il rendimento di un reparto o di una squadra, incidono sul risultato ed empaticamente elettrizzano, trascinano, appassionano i tifosi. Al punto che resistere in trincea al Camp Nou di Barcellona è vissuta come un'impresa in 3D davanti al teleschermo e non come una lezione sterile di possesso palla avversario. Ecco, per l'appunto. Una lezione italiana di orgoglio e resistenza, non certo una lezione catalana di gestione dell'attrezzo palla o di superiorità calcistica. Va a vedere come cambiano le prospettive di questo gioco a seconda di chi osserva, da dove e in che condizioni si trova.
*allenatore Primavera AlbinoLeffe