La rivoluzione silenziosa del sistema calcio
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Il calcio sta cambiando in maniera molto più veloce diquanto i tifosi non si possano rendere conto comodamente seduti in poltrona agustarsi la tv a pagamento. In Italia finalmente sta, un pò per caso e forseanche grazie a qualche intuizione volutamente poco pubblicizzata, per nascereuna struttura piramidale della filiera giovanile. Non parlo della struttura deicampionati.
Quella cambia ogni qualche anno, adesso prevedel'obiettivo di arrivare ad una C unica, in passato ha visto maggiori variazionisui campionati dilettantistici d'elitè... Non è quella però a fare la veradifferenza e a segnare un punto di svolta epocale. E nemmeno le tantoconclamate riforme dei campionati giovanili, che magari prevedanoun'omologazione degli Allievi alla Primavera, innalzando il livello dicompetizione. Tutto questo riguarda la struttura dei tornei, che in sè, nonbasta.
E' il percorso che ogni ragazzo fa all'inerno dellafiliera del settore giovanile e che lo dovrebbe proiettare in prima squadra chefino ad oggi ha sempre trovato un ostacolo insormontabile e che sembrafinalmente avviato verso uno spiraglio di soluzione. Di fatto è sempre mancatol'anello di congiunzione tra il settore giovanile e la prima squadra. E non miriferisco ad una prima squadra generica... In ogni società, infatti, chi uscivao esce dalla juniores di turno poteva accedere alla propria prima squadra più omeno preparato. Se si guarda però all'intero sistema, non è la soscietà singolao il percorso singolo a fare la differenza. E' invece il sistema nazionale chedovrebbe permettere ai talenti di intraprendere il percorso ideale per farliarrivare all'elitè del calcio nazionale o internazionale. E fino a qualche annofa tutte le società di A e B facevano molta fatica a piazzare in C i giocatoriche uscivano dal loro settore giovanile, perchè le società minori "non cisentivano" e inisistevano con squadre "vecchie".
Adesso gli ultimi ritocchi ai regolamenti della lega Proche prevedono un nuovo metodo di assegnazione dei contributi e il definitivoringiovanimento del campionato Primavera che scatterà dalla stagione 2012-2013rappresentano cambiamenti epocali per il calcio nazionale. Di fatto avverràquanto segue:
- I giocatori in uscita dal campionato Primavera(quest'anno i 92 e 91, dalla staginoe successiva i 93) avranno una granderichiesta dal campionato di lega Pro. Richiesta molto più alta di quanto nonavvenisse fino alla passata stagione, perchè il fatto che i contributi legatialla valorizzazione dei giovani siano ora strettamente vincolati alla presenzain campo di almeno due giocatori del 91 (o più giovani) in tutte le gare dicampionato, di fatto rivoluziona il modo di allestire le rose e garantiscedelle chance nei pro a quasi tutti i giocatori in uscita dal campionatoPrimavera.
- Le società di A e B potranno vincolare con piùtranquillità i talenti, con contratti anche di tre anni, senza il rischio chepoi questi non trovino spazio tra i professionisti e quindi rimangano a caricodelle società stesse, trasformandosi in costi
- La gradualità delle competizioni sarà finalmente tale,perchè il passaggio dalla Primavera alla lega Pro e da quest'ultima alle serieA e B avverrà per i più dotati in pochi anni, con i giusti "tempi".
Questo meccanismo, che va a tutelare le società di A e Be che di fatto fa comodo anche a quelle di lega Pro, che possono giustificareanche verso il pubblico un ringiovanimento degli organici (chi può permettersicon la crisi economica in corso di rinunciare ai contributi???), comportaovviamente anche dei problemi correlati:
1) In questa maniera cambia completamente la strutturadei campionati professionistici. Di conseguenza viene quasi a sparire la figuradel giocatore di Serie C, quello che stava una vita in C e di fatto era unprofessionista. La struttura è molto più piramidale e veloce. La lega Prodiventa una categoria di passaggio. Tu sei giovane, esci da una Primavera,provi a fare il Pro per alcuni anni, se arrivi ad alto livello bene, altrimentilascerai il posto ad altri giovani.
2) A cascata peggiorerà il livello dei campionatidilettantistici, che hanno intrapreso da anni la politica dei giovaniobbligatori. A mio avviso sarà però un problema momentaneo. Una volta che igiovani "dovranno" finire in lega Pro, che senso ha che"debbano" anche andare nei dilettanti? Cosa può giovare al sistema senon una riduzione dei costi? Tra qualche anno la serie D diventerà, come ègiusto che sia, la serie A dei dilettanti e ridurrà la presenza di giovaniobbligatoria. Dovrà diventare, insomma, un contenitore per quei giocatori nonpiù giovanissimi (dai ventidue anni in su), che non troveranno più spazio neicampionati professionistici. Se la lega Pro prevede contributi per i ragazzinati dall'91 in giù, nei dilettanti si potranno prevedere obblighi legati ai 90o agli 89, non certo ai 93!!!
3) Senza tanti obblighi più o meno contrastati dall'AICin passato, la crisi economica ha finalmente aperto le porte alla riforma chetanto era necessaria al nostro calcio. Non tanto il campionato riserve di stileinglese o le seconde squadre come in Spagna. La soluzione migliore è stata(casualmente??) trovata in Italia. I giovani completano il percorso del settoregiovanile nella filiera della propria società di A o B, vanno a farsi le ossain C e quindi prendono una direzione verso l'alto o verso i dilettanti.
I dubbi potrebbero però a questo punto sorgere...
Ad esempio: questa struttura rende ancor più importanti ivivai delle squadre di serie A e B. Le società capiranno in fretta questaopportunità e responsabilità? Investiranno ancora di più nella selezione?Perchè il rischio concreto è che se non si "setaccia" bene in fase diselezione delle leve e successive scremature, si offra al sistema non il megliodei talenti italiani ma un miscuglio di mediocrità e qualità. E la struttura"selettiva" che sta emergendo lascierebbe molte meno opportunità perrimediare.
Secondo quesito: un simile ringiovanimento dei campionatidi Lega Pro farà cambiare lo spessore delle competizioni stesse... E se tutti,anche solo per problemi economici, punteranno su giocatori giovani, potrebbefinire che la lega Pro diventi una sorta di dilazione del campionato Primavera,con giovani di qualità che giocano solo contro altri giovani, rimandando difatto ancora una volta quell'occasione di maturazione che un torneo più"tosto" anche sul piano anagrafico-strutturale garantirebbe.
Un ultima considrazione, di carattere etico: non si puòdire con certezza, a oggi, se questa sia la strada giusta, ma sembra la primavera occasione di riforma del percorso di maturazione dei talenti mai avvenutain Italia negli utlimi decenni. La realtà dice che la crisi economica sta mettendoa dura prova le società professinoistiche e l'intero mondo dilettantistico.Urge quindi una revisione del "sistema calcio" che preveda in fin deiconti che le società professionistiche (poche ma sane) ricoprano al meglio illoro ruolo, investendo sulle strutture e sui vivai e diventino riferimento perl'intero territorio e che quelle dilettantistiche tornino a fare i dilettanti.A cascata i calciatori dovranno capire che non si può vivacchiare di calcio,come si è fatto fino a qualche anno fa. Chi è un talento può arrivare a faredel calcio la propria professione, arrivando a giocare in serie A o B. Chi nonha i mezzi per fare questo salto dovrà cercare di inserirsi nella società adun'età adeguata (ventiquattro, ventisei anni, non trentacinque), trovarsi unlavoro e integrare tale lavoro con un calcio giocato a livello dilettantistico(anche semiprofessionistico, per dirla all'antica) che permetta al gioco delcalcio di mantenere una veste idonea a quanto la società civile di fatto gli vachiedendo.
Il tempo delle vacche grasse è terminato e questo vacapito in fretta dalle società, dai tifosi, dall'associazione calciatori e daicalciatori stessi. E'il sistema che si deve adeguare alla società e alle sueregole, non viceversa. In questo modo il mondo del professionismo diverrà piùsano. E forse, finalmente, ne gioverà anche la Nazionale Maggiore, che potràcontare su giovani talenti italiani cresciuti in maniera più graduale econsona. La "guerra" non è facile da vincere, perchè le società professionistichedi A e B, che sono società di capitali e quindi cercano utili e non perdite,saranno semrpre tentate di importare talenti dall'estero, che sfuggano aimeccanismi sopra descritti e che magari diano maggiori garanziefisico-tecnico-atletiche. Fin che sarà più conveniente andare a prenderegiovani diciottenni in Africa o in Sud America e sbatterli dopo un anno diPrimavera nel calcio che conta (anche se gli stranieri non danno diritto aicontributi per le squadre di Lega Pro) sarà sempre più difficile convincere lestesse scietà a investire davvero nei vivai.
Alla fine potrebbe uscirne un sistema misto, dove italenti italiani potranno accedere alla serie A e B da una porta mentre glistranieri da un'altra.
Se, però, le società più forti economicamente possonoscandagliare i mercati internazionali investendo enregie e soprattuto risorseeconomiche e hanno la possibilità di "evitare" di costruirsi in casai calciatori per andarli a scovare all'estero, diventerà sempre più vitale perle società medie, soprattutto di serie B, di investire le poche risorse chehanno nella qualità dei vivai e nella selezione dei talenti, anche locali.
Il momento di transizione è già iniziato, anche se moltinon se ne stanno accorgendo. E' stata una necessità, non una scelta, a farscattare certi meccanismi. E solo una necessità poteva portare a scelte tantotempestive quanto decise. Ora starà all'intelligenza dei club far si che ilcane non torni a breve a mordersi la coda. All'intelligenza dei tifosi capireche non tutte le piazze possono giocare in serie A, che tutti hanno il dirittodi sognarla, ma che ognuno poi deve prendere atto delle regole imposte dallarealtà che vive.
E, infine, starà al tempo dare un responso definitivosull'utilità e la bontà delle scelte fatte. Nessuno potrà però mai negare chenon sia stato un tentativo, finalmente massiccio, di dare una sterzata ad unsistema che stava silenziosamente andando alla deriva.
Laureato in Scienze Motorie. Allenatore Professionista diSeconda Categoria.